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Oltre ad essere palindromo, è, oggettivamente, l’anno in cui vorrei vivere. Mi dà l’illusione che tutto sia cambiato, in meglio. Sinceramente, invece, è il modo con cui concludo questo trittico di post sul lavoro. Lo faccio con una riflessione, condivisa da molti, in primis da Cmykmade® e da coloro che, spero, sposano il nostro progetto e il modo di pensare e vivere che sta dietro. E che sarà da propellente per il nuovo corso di questo progetto, che cambierà nome, cambierà pelle. Forse anche per coesistere meglio con quello che è scritto in questo post.
La decrescita, per dirla con Latouche, è ovviamente il primo dei pensieri che pervade questo blog dal giorno zero. La mondializzazione è un sogno che ha dimostrato la sua incompatibilità con il pianeta Terra e con il 99% della sua popolazione. Non mi sembra di dire una cosa particolarmente strana. È così. Basta (con) questo. Inoltre trattandosi di un evento umano è destinato ad avere un inizio ed una fine. E come tale, avrà vari modi per finire, potrebbe farlo per inedia, spegnendosi perché non trova più linfa vitale nella resistenza dei mercati, delle popolazioni, ma che ci lascerà quando se ne andrà? Oppure potrebbe andare avanti, facendo scomparire tante altre prerogative umane, esigendole come tributo. A partire dalla natura, la salute, i diritti fondamentali. Insomma, la necessità, che fino a un paio di secoli fa non si sapeva neppure cosa fosse, di fruire di un determinato bene è diventato il fattore simbolico che ha dimostrato l’estrema instabilità del sistema: non è più pensabile che la produzione di “monocolture”, atti estremamente impattanti su territori e società, sia il volano delle economie globali. O si riequilibra il tutto oppure presto salterà tutto. Non vorrei sembrare catastrofista, ma credo intimamente che succederà. Dopo il rovinoso e penoso impatto sulla natura, ora è il momento delle società: sempre più spesso l’instabilità del lavoro si ripercuote sui mercati, sistemi decisamente “chiusi” che non hanno niente di meglio da fare che rivalersi sulle necessità primarie della società: la casa è solo un esempio. E quindi tutto l’interesse si sposta inevitabilmente sulle azioni dell’uomo. Sul lavoro. Esso è l’unico strumento che abbiamo per riequilibrare le cose, soltanto lui può definire la crescita del benessere, della qualità dell’aria, del territorio, della produzione, della richiesta. E, indirettamente, sulla qualità dell’istruzione, della società, degli scambi umani. La tipologia di lavoro, inscindibile con il territorio in cui prospera, per affinità ambientali e culturali – dall’esposizione agli agenti atmosferici alle prerogative culturali sviluppate dalla popolazione che lo abita –. E anche se uno dei due fattori, generalmente quello culturale, è stato violentato dallo tsunami mondialista, l’altro, a meno che non riescano in qualche modo (!), non subirà il fascino del “fastfood” per il semplice motivo che non è umano. E non si può dire che non ci abbiano provato. Fortunatamente le soluzioni sono a portata di mano, sono tante, portano lavoro, puliscono l’aria e l’acqua e rimetterebbero le società di questo mondo in carreggiata. Sto scherzando? No, basta leggersi La Terza Rivoluzione Industriale di Jeremy Rifkin per rendersene conto (mai vista una densità di note bibliografiche a piè di pagina così, saranno di media una ogni 5 righe) in cui ci racconta quanti posti di lavoro si possono fare con la creazione centrali di microgenerazione diffusi sul territorio (nell’ottica di non sostituire un monopensiero con un altro), con le biomasse, le maree eccetera.
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L’impegno di tutti nel conseguire questo risultato è fondamentale, ovviamente. Ma è davvero “impegnativo” iniziare una strada che ti porta inevitabilmente a stare meglio di prima? Sai che sacrificio… La nuova rivoluzione industriale ha in sè un pregio: prevede la fine della grande industria, “obbliga” la nascita di piccole e piccolissime imprese, decentra gli utili e li mette a disposizione di molte più persone, le quali aumentata la loro capacità d’acquisto aumenteranno esponenzialmente l’indotto, e quindi aumenteranno ulteriormente i posti di lavoro indiretti. Il vuoto, purtroppo, è sempre di comunicazione. È necessario, quindi, che la parte produttiva della popolazione capisca (conosca?) che si deve cambiare regime, spostarsi verso una produzione che parta dal territorio e rimanga li, che utilizzi le risorse del territorio (si pensi soltanto al reimparare ad usare le essenze, i materiali, le sementi proprie del singolo territorio: è inutile che la grande distribuzione parli tanto di “varietà” e “scelta”: siamo seduti sulla più grande maestra di diversità dell’intero universo e la stiamo distruggendo), che non abbia bisogno di fagocitare pezzi di natura, acqua, aria nel suo ciclo produttivo.
Dovrebbe quindi attuarsi una diminuzione progressiva della domanda di import e dell’export di massa del prodotto finito, organizzarsi una distribuzione ponderata della materia prima, scoperta e riscoperta dei materiali autoctoni per la produzione dello stesso prodotto. Questi comportamenti sarebbero in grado di ripristinare i presidi produttivi, la riscoperta delle attività tradizionali andrebbe attuata attraverso il filtro delle nuove idee e della ricerca universitaria. Ripensando i prodotti, ricordardi a che servono, imparare a dare noi l’anima agli oggetti, piuttosto che siano loro a darla a noi. Questa società prima di essere travolta dalle tecnologie che hanno avvicinato sempre di più due punti lontanissimi tra loro (una sorta di piegatura dello spazio/tempo) era semplice e umile. Ignorante, per la stragrande maggioranza. La più colossale colpa di questo modello di sviluppo è la completa inefficienza (colpevole) nel settore della cultura. Ha reso tutti inequivocabilmente selettori, consumatori, spettatori, non creatori, ideatori e pensatori. Incapaci di creare storie, di sognarle e personalizzarle. Non mi piace neanche dirlo, ma ha fatto si che il «vivere un sogno unico, comune per tutti» fosse il più grande raggiungimento per l’essere umano. È agghiacciante! Poi, per carità, è molto bello ricordare con altre persone dei ricordi comuni, condividerli con gli altri esseri umani. Ma una cosa è ricordare di aver vissuto un momento simile, un’altra è vivere tutti lo stesso evento per poter avere qualcosa di cui parlare. Perché alla fine avere lo stesso ricordo ti rende più vicino al brand che ti offrono quel “sogno”. E credo di avere vagamente idea di cosa sto parlando…
Per assicurarci un futuro più armonico sarà fondamentale ripensare il movimento del lavoro e piegare le tecnologie, soprattutto le più innovative, al servizio delle persone. Per rendere più facile la sua vita ed, in primis, migliorare il suo metodo di lavoro per migliorarne la qualità. Non ci sono altri motivi per l’esistenza della tecnologia. Non ci sono scusa, quindi, le idee devono poter circolare perché ora non esistono più barriere perché esse non possano farlo. E queste idee devono circolare in quanto tali, per essere messe a servizio delle “menti”. In qualsiasi parte del mondo, per essere applicate dalle “menti” delle differenti parti del mondo. Di idee base potrebbero bastarne pochissime, ma il fatto che siano tantissime le “menti” ad usarle è infinitamente meglio che l’applicazione delle idee già “pensate” e corazzate in giro per il mondo.
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C’è talmente tanto da fare, grazie alle nostre conoscenze potremo ripensare la vita di tutti, renderla più semplice, sana e armonica: basamento di vita dignitosa per nuove generazioni libere di definire e modificare le proprie strade, senza doverle mutuare da modelli predefiniti. A questo proposito, l’immagine di copertina vuole avere un significato ben preciso e contiene un’invettiva contro la “scuola” del design italiano (e come piace dire a certi intellettuali italiani: quindi anche mondiale): durante un preciso periodo che coincide con un boom industriale è stata rigettata l’opera di decenni di democratizzazione del pensiero del design (non mi interessa entrare nell’ambito generale che ha portato al ’68 perché la storia del design insegna che la rivoluzione dell’insegnamento e la libertà del pensiero in quella materia era già “nato” evoluto). Queste persone si devono prendere la responsabilità (oltre a quella di aver sdoganato il futile e di aver imposto la loro idea a generazioni di persone travestita da liberazione da un mondo grigio e stupido) di non aver assolutamente messo in discussione la distruttività dell’epoca che hanno cavalcato e contribuito a darne solidità intellettuale, scostando il mirino dell’intelligenza collettiva verso il FUTILE e glorificando l’Ego a discapito di qualsiasi interesse collettivo: hanno goduto del benessere creato dall’espansione e dalla globalizzazione spasmodica ed hanno pure avuto lo sdegno di continuare a pontificare per decenni (molti ancora lo fanno) un modello di cultura autoriale e solipsista.
