November 13, 2011

il lavoro mobilita l’uomo.

Filed under: cmyk — ucorp @ 1:44 pm

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È la variante della frase di Charles Darwin (1809-1882) remixata dalle riflessioni di questi giorni. Ora, il lavoro, ovviamente, da solo non basta – a parte per i workaholic come noi – e non esisterebbe “in se”. A Cmykmade® piace pensare che ogni azione, momento, sentimento, pensiero e, in generale, input possa essere uno spunto per realizzare qualcos’altro, un po’ come nelle arti marziali, riutilizzando la forza in atto e non generandone di nuova, di totalmente inedita. Ma ci preme interrogarci anche sul come questi input vengono recepiti, come vengono realmente interiorizzati e riutilizzati, attraverso quali filtri passano.

Uno dei dubbi che mi assale più spesso è: ma che ruolo ha il lavoro, intendo quello quotidiano pratico, nella creazione di un senso, un “modo”, una storia del design, soprattutto in Italia, oggi? Questo dubbio mi sorge soprattutto in questi ultimi tempi, quando vedo tante interpretazioni del graphic design oppure nelle nuove tendenze del product design (online se ne trovano parecchie e ai Saloni se ne vedono di tutti i colori) dove, spesso, il termine “design” – progettare o “pro-iettare” – si perde, o meglio, non si vede proprio oppure sparisce il concetto di industrialità, di tecnica, di riproduzione o risoluzione dei problemi. Si perde nel fumoso mondo della “creatività”, dello stiling. Ma, soprattutto, non si vede il lavoro, anzi, proprio non c’è. Insomma il design non è più un mestiere, sembra più una categoria dello spirito, un’espressione emotiva o “attiva”. Tutte cose, sinceramente, fantastiche. Che tutti dovremo sviluppare, sviscerare, coltivare ed esprimere. In tutto questo, purtroppo, non si capisce quasi mai come si possa trasferire questa “espressività” dall’ambito artistico/autoriale o personalistico ed evolverlo per condividerlo con le intelligenze altrui, a partire dai partner del teamwork fino alle realizzazioni finali che, inevitabilmente, sono frutto di lavoro di gruppo. Sono conoscenze da filtrare, da condividere: devono possedere un’anima talmente stabile e strutturata perché si deve scontrare con analisi strategiche che definiscono il palcoscenico di vita del progetto così come delle naturali limitazioni tecniche di output. Quindi diverse dall’interiorizzazione “passiva” dell’espressività, quella che “subisci” in una mostra, quella “finita” in quanto esposta, quella che devi analizzare, puntualizzare e contestualizzare per riproporre, in minima parte – assieme ad altre migliaia di minime parti –, in un progetto. Il punto è: come è fatto il filtro? Come mai non si vede, nè viene proposto, esplicato, come se dato per scontato oppure, peggio, considerato troppo “vile” per far parte dell’esposizione di design? Eppure la vera caratteristica distintiva di un designer o di un’artista sta, rispettivamente, nel processo e nel pensiero, mai nell’uso di un determinato carattere o supporto (anche se nell’arte spesso è successo che la tecnica facesse l’artista piuttosto che il contrario). Ma il lavoro che ruolo ha? Perché è sempre relegato alla mera realizzazione di un procedimento, spesso considerandolo incapace di esplicare quei concetti filosofici e culturali propri della ricerca? Perché è considerata una partita persa in partenza quella di integrare le due fasi? Ma, cosa che mi preme, perché viene “snobbato” per poi lasciare a meno meritevoli il compito di interagire con la stragrande maggioranza della massa e dei progetti a lei rivolti?

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Un primissimo spunto può venire dal fatto che un qualsiasi progetto, da un logo, un’identità, una font o una sedia, una scarpa, un carrello elevatore può essere pre-visionato in rete o su rivista in tutte le sue sfaccettature, di solito si vede finito e ben fotografato, più raramente vedi di più, in ogni caso, spesso, già è conosciuto o “rivelato”. Certo, l’esperienza di un progetto diventa più “esclusiva” quando è partecipativa o inclusiva in un mondo sconosciuto ai più. E notevolmente arricchente se in grado di condividere con gli “interni” a questi mondi le punte di eccellenza per aumentarne la sua qualità generale. Come si può fare? Ad esempio ricordarsi che non si sta lavorando da soli? Forse. Che ogni passaggio del proprio lavoro (credo che questa riflessione che si possa estendere anche ad altre discipline) è molto di più che un semplice dialogo da A a B. È, ad esempio, una summa di un procedimento, in cui si studiano metodi per ipotizzare soluzioni, si ricercano i particolari e si tenta di dar loro una forma, si attivano work session per analizzare i passaggi intermedi e soluzioni tecniche che diventano estetiche… Quante volte il procedimento si rivela più interessante del risultato? E viceversa? E questo porta ad una frustrazione perché non si crede di non essere stati all’altezza? Forse – così reagirei io – devo investire sull’affinamento del metodo, del processo, del design, più che su altro? Una disciplina deve alla sua storia tutto il rispetto e devozione possibile ed ogni attore lo deve sapere. Deve colmare le sue lacune storico-tecniche,  in quanto è fondamentale che si rechi a rendere omaggio, culturalmente parlando, ai lignaggi che hanno permesso e sviluppato la prosperità della quale si nutre. È un passaggio che reputo fondamentale. Nella cultura postmoderna e globale non si può pretendere di rimanere in un mercato senza la conoscenza al microscopio dell’ambiente in cui si opera. Storico, economico, tecnico, culturale, sociale. Il design è un habitat. Uno spazio in cui ci si muove, si cresce, si “mangia”. Una parte del filtro è questa.

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Quando si capirà l’importanza delle arti e dell’incontro con l’industria nella nascita del design? Nasce da li e non sarà mai senza la coesistenza di questi due aspetti (con la distinzione di scienza e tecnologia prima, e con l’aggiunta della strategia di mercato poi) non si può parlare di design. Punto. Parlando del graphic design è necessaria la conoscenza della storia delle arti, dell’arte grafica e dell’apporto delle arti nel fattore “spiritualità” ed “emotività” nel design, alla storia della scrittura, della forma della lettera scritta, al type design, al semiotica, alla storia del manifesto, alla grafica di pubblica utilità fino alla conoscenza, fondamentale, dell’espressione vernacolare, espressione principe del mondo “esterno”, da sempre snobbata nelle torri d’avorio del graphic design perfetto. Un errore questo, enorme. In quanto fa si che sia relegato – si potrebbe anche dire regalato – a competenze tecniche o completamente altre la concezione e la realizzazione di una percentuale monstre della comunicazione quotidiana. E questo è un compito che spetta principalmente a tre entità, in rigoroso ordine di importanza: 1) alle scuole 2) ai designer nel loro ruolo attivo 3) all’opera di divulgazione delle associazioni e dei musei. Il ruolo della scuola e dei corsi specialistici, tra le altre cose, dovrebbero lasciare agli studenti un’affinata capacità di lettura critica e approfondita delle teorie affini al design fino alla corretta analisi dei case histories. I designers hanno il dovere morale di acculturarsi e aggiornarsi in continuazione, di applicare la propria deontologia e la sua cultura al progetto e di acculturare il mondo “esterno” con cui ha a che fare. Le associazioni e i musei hanno la possibilità di divulgare e aggiornare attraverso i mezzi della comunicazione come i magazine, le webzine, i concorsi, job finding, fino alle mostre, le collezioni, le ricerche di mercato e di progetto. Ad esempio non credo che il design in italia debba essere quasi solo arredamento come se ne desume dalle premiazioni del compasso d’oro, così come non si premia una corporate identity commerciale dal 1994 (e comunque si trattava di Unifor, quindi un’azienda dell’ambiente) o Fusital nel 1984 (che fa comunque maniglie…) e che i premi di graphic design sono dati quasi esclusivamente se design applicato ad eventi culturali, quasi esistesse un’igiene da mantenere… [ps: questi dati sono subordinati alla precarietà di informazioni che si trovano online, mi chiedo, ma perché l’ADI non tiene un albo ufficiale del compasso d’oro?]

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Il filtro è, quindi, il design stesso. Non “esiste” nessuna creatività, stile, esteriorità, quando c’è il design. È qui che si propone lo scollamento netto: o si parla di design, di lavoro, di ricerca, di gruppo di lavoro, di forma, di strategia, di analisi, di materiali, di costi, di produzione, di distribuzione oppure si parla di altro. Che vorrebbe essere arte, ma non sono tanto sicuro che lo sia. È stato proposto uno scollamento da un certo modus operandi, una visione impositiva del design che ha messo la funzione alla stregua di un’ossessione di impilabilità e pulizia, (un po’ come una compulsione) e imposto teatri dell’anima e sogni di comodità, rappresentazioni del lusso e del comfort, visioni antropologiche e poetiche, con il risultato di far emergere queste seppur importanti fattori come punti di partenza del progettare, dello “scegliere”, non come conseguenze. Forse è per questo che il design italiano è diventato una collezione di oggetti che ti riempiono e ravvivano la casa, che ti esaltano l’anima vestendoti, che ti impongono uno stile estetico sui manifesti, sui quotidiani e sulle riviste. E, rimane, che il grosso della produzione commerciale, soprattutto in graphic e product design, sia in mano a professionalità altre, che, inevitabilmente spostano l’interesse globale in un altro percorso. Normalmente divergente dal design.

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Tutte le immagini del post sono tratte dal sito dello studio MovingBrands, studio che apprezziamo molto per la qualità dei progetti e, soprattutto, uno dei pochissimi che ama raccontare il processo di lavoro ed il groupwork interno. Complimenti.

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