November 6, 2011

Uniworker (The Universal Worker).

Filed under: cmyk — ucorp @ 9:48 pm

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(L’Unisoldier è entrato in città) Domenica, ore 19. Tornando a casa dallo studio, mi sale un dubbio. C’è qualcosa che non va in questo stile di vita. Normalmente non ci farei molto caso, ma oggi no, oggi ho deciso che è il caso di affrontare questa situazione, perché non si può stare sempre zitti. Oggi mi è chiara una realtà, ci sono riusciti: hanno finalmente creato il lavoratore perfetto: niente stabilità, niente affetti, niente casa e con il lavoro come unico credo per sopravvivere.

Partendo dal presupposto che se può andare peggio, andrà esattamente così, mi sveglio - io e qualche milionata di persone – ogni mattina per andare a lavorare. Può anche capitare che abbia fatto talmente tardi, per lavorare ovviamente (se avessi fatto altro non avrei le forze per alzarmi, potete giurarci), che il sonno non è abbastanza per capire se si sta ancora sognando. Forse è meglio così, meglio continuare a sognare che aprire gli occhi in questa situazione. Meglio continuare a dare un senso alla propria giornata attraverso un sogno, una meta, una chimera, al “paradiso dei bambini cyborg” dove il bimbo di AI troverà la fata turchina che lo trasformerà in bambino vero, piuttosto che rendersi conto della vacuità e costante diminuizione di concretezza dei feedback ricevuti indietro dalla “vita”. No, non è assolutamente un discorso sui massimi sistemi, anzi, ne farei volentieri a meno, ma si tratta della cosa più rasoterra di questo modo: la sopravvivenza. E quel sogno che mi manda avanti, che mi fa perdere così tanto tempo a studiare, lavorare, ricercare è l’amore stesso per il mio lavoro, unico bene-rifugio di una generazione a cui rimane ben poco, forse neanche i risparmi dei genitori. Esso dovrebbe essere, come nei secoli è sempre stato, il “lasciapassare” per una vita più o meno dignitosa: più sei qualificato, più sei bravo, più il tuo futuro è assicurato, se non lo sei, ti accontenti di una sussistenza più umile, ma comunque possibile.
La mia disanima potrebbe partire da qualunque momento negli ultimi decenni, perché sono miliardi i fattori che hanno contribuito alla distruzione di una generazione, della normalità dei rapporti umani, della ciclicità e contribuzione virtuosa della natura alla sussistenza di tutti. Non basterebbe il tempo che è intercorso per elencarli e studiarli tutti. Mi basta pensare allo scollamento progressivo dalla realtà, all’allontanamento – per me potrebbe anche essere stato “studiato a tavolino” – delle nuove generazione dallo stato di benessere, stabilità e tranquillità. Dall’impossibilità di strutturare un futuro per se stessi e per creare nuove famiglie, nell’impossibilità di contrarre mutui per comprare casa. La precarietà del lavoro assicurata, come se ce ne fosse stato il bisogno, dall’arbitrarietà caotica e decisamente non casuale del mercato e della finanza, “cosa”, quest’ultima che ha rivelato perfettamente la sua estranietà dalla realtà del lavoro e dell’armonia con l’umanità stessa.

Tutta questa negatività cresce dentro di me quando penso ad un fattore a cui non avevo dato peso sinora: noi siamo decisamente più acculturati e preparati al mondo del lavoro di buona parte delle generazioni che ci hanno preceduto, abbiamo tecnologie più avanzate, (siamo cresciuti imparando ad usare soltanto quelle, la cara vecchia vanga ce l’hanno tenuta bene lontana), abbiamo accesso alle informazioni più disparate, siamo cresciuti in un mondo estremamente più dinamico: perché viviamo peggio? Non crederò mai a risposte legate all’avvento di nuovi player mondiali e alla globalizzazione, o meglio, non posso accettare che questi fattori siano dati per scontati e assodati nella mia vita così come sono. Ma scherziamo? Ci facciamo decidere tutto quello che abbiamo o “siamo” da questo? E con quali vantaggi?

Ci hanno mandato, non gratuitamente, a studiare per seguire un percorso di vita e lavoro armonizzato sulle nuove «sfide» (sarà ma a me sta parola non è mai piaciuta). Ci hanno plasmato con delle regole, senso del lavoro, ordine, assimilamento di un procedimento di vita. Non è difficile immaginarsi quale vita può costruire una persona continuamente affannata nella ricerca della stabilità, e con che spinta! Che energia creativa sarà in grado di esprimere in qualsiasi ambito quotidiano che non sia la sua ossessione di sopravvivenza? Come si comporterà, progressivamente, con le altre persone? Purtroppo i casi di rigetto di questo tipo di società si sono iniziati a vedere da moltissimo tempo, agghiaccianti deterioramenti di relazioni umane, malattie e sindromi che colpiscono angoli nascosti del nostro io, costante scollamento dai rapporti interpersonali, isolamento, ricerca della soddisfazione, della ricchezza, della fortuna sempre più ossessivamente. Sempre più soli, sempre più in coda allo stesso sportello, quello della felicità, che non apre mai, cosa che sapevamo, quando la nostra esistenza era più semplice, che vogliamo aprire, oggi, che ci siamo illusi di essere immortali.

E allora è naturale il parallelo con il soldato universale, l’UNISOL, quello che viene risvegliato dopo la morte e mantenuto in vita solo per diventare la macchina da guerra perfetta. Non pensa, non mangia, non dorme mai. Non ha bisogni primari nè secondari, non si pone domande fondamentali, non crede. Non ama. Mi sembra naturale pensare che per sostenere una vita in cui avere una famiglia, una casa, le libertà personali, degli interessi non è più contemplato come essenziale richieda l’“allevamento” di una nuova specie, plasmata attraverso l’insegnamento intensivo delle più avanzate pratiche industriali e/o imprenditoriali, al perseguimento di ideali che avvicinino ad una o più pratiche comuni riconosciute come valide, a valori che rendano assolutamente vitale il mantenimento di un certo stile di vita, in quanto esso stesso è l’unico fornitore di quelle stesse necessità. Per capirci: il fatto di possedere e trovare ormai insostituibili certi oggetti dovuti solo ed esclusivamente ad una certa architettura globale, fa si che diventiamo noi stessi pilastri che mantengono stabile suddetta struttura.
Forse sono ingrato e ingiusto con la sovrastruttura produttiva che ci allatta, ma essa non è la risposta giusta per la razza umana, di questo sono convinto.

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