August 30, 2008

lo stato dell’arte: “è di cuoio di bufalo”

Filed under: today — ucorp @ 12:49 pm

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A parte che di stato, come entità definita e delineata da confini non mi piace parlare neppure in riferimento a quelli politici come li conosciamo tutti. Poi non parlo neppure di arte, non tanto perché non è abbastanza vicino al mio ambito culturale — non credendo ai confini, d’altronde — ma perché credo che obiettivamente, oggi, i problemi siano altri. In primis quelli che riguardano l’ambiente, parallelamente, nelle mie priorità allo stato di salute del design — poi, in realtà i problemi sono molti —. Non fraintendiamoci, non ho intenzione di definire il giusto o lo sbagliato oppure di dire “come si fa”, parlo per me stesso. È più che altro uno sfogo. (Fosse il primo)

Oggi, nei paesi ricchi, si maneggia e manovra la quasi totalità delle ricchezze della terra. Ovviamente, la terra è molto più grande, ci sono molti più abitanti nella parte povera e così via. Così, noi, a scuola, al lavoro, in televisione, sui giornali — anche di settore, il che di per sé è grave — ci ritroviamo a parlare e discutere di come mantenere e migliorare lo status faticosamente (?) raggiunto. Quindi parliamo degli oggetti che migliorano il panorama della nostra casa, ci fanno esprimere la nostra personalità, perché lei, poverina si è persa nei meandri della civiltà consumistica. Vediamo mille varianti e colorazioni che meglio si adattano a noi perché, come clienti non dobbiamo sforzarci a capire e come consumatori non dobbiamo perdere tempo. Non si tratta, fortunatamente di una cecità totale, per carità, ovunque, cercando, si possono ricevere informazioni preziose per migliorare la vita di tutti e progetti che, se sviluppati totalmente potrebbero davvero servire a ripensare problematiche globali. Penso ad esempio ai progetti di case per tutti, costruite con materiali alternativi, anche di fortuna, per garantire un alloggio a tutti oppure che ripensano alla vita ecocompatibile. E così via. Ci sono, per esempio, progetti per mettere l’acqua in bottiglie biodegradabili — che non devono essere per forza nuovi ritrovati della tecnologia… — oppure, più intelligentemente, si può acquistare il latte da distributori posizionati nei punti vendita (così dovrebbe essere anche per l’acqua) con taniche o bottiglie di vetro portate da casa. Quest’estate ho conosciuto una famiglia che acquista l’acqua naturale da un produttore della zona in cui abita che gliela porta ogni settimana a casa e va con la soca ad imbottigliare l’acqua frizzante da una fonte dove sgorga naturalmente frizzante. È tuttociò strano? Non è più strano nascere in mezzo alle Alpi e crescere con l’acqua degli Appennini? Non è forse assurdo che solo in Italia si commercializzi acqua naturale in bottiglie di plastica? Così nelle zone dove sarebbe possibile, invece di favorire un mercato se ne impone uno generale in cui la produzione in scala mortifica sia la qualità che le tanto esaltate “produzioni di” (qualità). Quando vado al supermercato, in una qualsiasi cittadina italiana, è perché devo risparmiare e quindi non posso andare dal macellaio sotto casa che mi può anche fornire prelibatezze difficilmente reperibili nel bancone del supermercato, tipo il ragù d’asino o cacciagione. Inoltre, essendo in una “qualsiasi località italiana”, città grandi a parte, so di avere potenziali allevamenti o colture d’ogni genere a poca distanza da casa. Invece al supermercato, magari su un’isola, la carne viene della Francia o dalla Germania. Ora, tralasciando il fatto che la carne di questi stati possa essere anche migliore, perché non vendono la carne del luogo in cui hanno avuto il gentile permesso di aprire il punto vendita? Chiedete, anzi, esigete in continuazione prodotti a KM Zero (esempi 1 | 2). Leggo in questi giorni — è scritto su un giornale, quindi non è detto sia vero — che, tra le altre magagne, il vate della fiorentina teneva carne che veniva dalla Spagna… (se dovesse essere vero) che vate è?

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In queste considerazioni, che non mi sono certo inventato, vedo dei punti fermi per lo «stato» delle cose. Innanzitutto il cosiddetto “design per il restante 90% del mondo”, cioè quello che non trae nessun beneficio dalle orge di servizi, optionals, finiture che costellano il nostro modo di “consumare” i beni, ormai assuefatto dalla sistematicità con la quale siamo sommersi da superfluità d’ogni genere che hanno il drammatico risultato di distoglierci completamente dal bene che ci accingiamo a adoperare. Non sappiamo dove è fatto un certo prodotto, l’unica cosa che sappiamo è che lo “abbiamo”, «esattamente» come lo avevamo 20 anni fa. Quindi lo possediamo per il semplice gusto di possederlo, non per fruirne le sue reali qualità. Il fatto che ci importi di più essere certi di averlo piuttosto di impegnarsi a produrlo noi stessi o cercare di averne uno che sia esattamente — questa volta per davvero — come 20 anni fa (o 50 o 100) è di per sè stupido, se non proprio grave. A questo proposito è necessario che si inizi a cercare prodotti a KM Zero per sapere direttamente dal produttore, sia esso un contadino o un conciatore della Valdarno. Non sappiamo più di che materiale è fatto e non sapendolo non abbiamo neppure idea di che tatto ha, anche se lo teniamo tra le mani. Non sappiamo di cosa è composto questo materiale, da dove proviene, se è naturale o di sintesi. Ci si rende conto dell’importanza del ruolo che ha il designer: fare la propria parte per raddrizzare questa situazione.

Un giorno sono andato in un punto vendita di una catena, penso multinazionale, di abbigliamento da uomo, in centro a Milano. Siccome con CMYK Made ci occupiamo, in particolare Andrea, di borse ho pian pianino, soprattutto grazie alle sue informazioni, imparato a distinguere e capire se un materiale è sintetico o meno. Tra l’altro ho scoperto che ogni tipo di materiale è + o - replicabile e le case di moda, soprattutto quelle di grande e grandissima distribuzione, — quelle di alta moda meno, fortunatamente — fanno un gran uso di pelli finte stampate. Adesso, dato per scontato che la pelliccia e i maltrattamenti agli animali non piacciono a nessuno (alle persone intelligenti, almeno, tié), la pelle che si usa normalmente è vitello e del vitello, fortunatamente, si fanno numerosi usi, tra cui mangiarlo. Un altro, triste, discorso è quello della replicazione del materiale reale con la plastica stampata, in questo modo, magari non hai ucciso l’animale, ma hai messo in giro altra plastica e, soprattutto, non hai educato il consumatore a NON volere pelliccie o plastica, perché non glielo hai detto, anzi, l’hai tenuto ben nascosto. Tornando a noi, in questo negozio ho iniziato a maneggiare una borsa in similpelle, di fattura dignitosa, da viaggio, quindi anche piuttosto voluminosa e volevo capire com’era possibile che costasse solo 30€, che a noi, fatta di mucca e fatta in Italia costa, almeno 100… Quindi ho iniziato a toccarla ed annusarla (non sapeva assolutamente di nulla) e mentre cercavo il cartellino rivelatore dell’arcano mi si avvicina una commessa che mi fa con aria soddisfatta: “È di cuoio di bufalo”. Certo, come no. Raggiunto il cartellino, leggo che il rivestimento interno è poliammide al 100% e quello esterno è Polyvinyl chlorid, cioè pvc. “Ecco, guarda”, continua, “Chlor, clour… cuoio, è cuoio di bufalo”. Siccome non amo tanto farmi pigliare per il culo, le ho detto che non era così mostrandole (e traducendole) il cartellino. Una volta scoperto il misfatto, probabilmente — almeno amo pensare così — vittima lei stessa di una “burla” da parte di qualcuno che ha preferito farle credere che era così, e non essendo riuscita a far passare la poliammide per pvc, mi ha risposto freddamente: “Beh, ovvio, non vorrai mica che sia pelle, per 30€…” E me ne sono andato.

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Immagini dell’evento Valcucine al Fuorisalone 2008 si possono trovare su Flickr

Mi pare un episodio tragicomico di quello che è diventato ormai il bajlame del mercato. I commessi sono persone, ahimé, da temere. Non sanno cosa vendono, non sanno quanto dura, non conoscono le tecniche, le forme, non hanno idea da dove viene; sono l’ultima ruota del carro di una carovana che finisce per mortificare ogni tipo di qualifica, di sapere intorno alla produzione, al maneggio dei materiali, ai materiali stessi, al progetto. Il consumatore è solo di fronte alla miriade di porcherie che gli vengono spinte sotto il naso senza nessuna regola, in nome di un mercato che, oggettivamente, di libero, non ha proprio nulla, e direi, non lo ha mai avuto (sennò col cazzo che mi compro carne francese vivendo a pochi km da un allevamento nel mio territorio, scusate, e soprattutto non ha senso che la mia carne costi più di quella che deve fare migliaia di km in congelatori ed affini).

Anche in questo stesso calderone ci stanno i designers. Siamo sicuri che facciamo del nostro per progettare, migliorare, informare, stabilizzare, modificare la realtà che ci circonda? O è davvero più importante disegnare effimeri teatrini animisti, colpevoli, soprattutto di aver contribuito alla sovrabbondanza dei beni “per ogni esigenza” che ci sommergono? Quando mandiamo in stampa un etichetta, quando disegnamo packaging complessi, con mille colori, andiamo a stressare il tipografo perché ci dia carta senza trattamenti e inchiostri ad acqua? Oppure insegnamo ai clienti che può fare a meno di usare plastica per ogni cosa? All’ultima design week, nonostante un clima non troppo esaltante — dice, c’è crisi — la Valcucine ha presentato un progetto bello ed interessante che ha cercato di sensibilizzare e informare sul loro progresso nella direzione di una cucina ecosostenibile. Come consumatori, non crediamo, troppo spesso, anche di fronte a questi sforzi da parte dell’industria, che non sia materia di nostra competenza? “Lo devono fare loro” si dice, “noi consumiamo quello che producono”, quindi “ci cade tutto dall’alto”. Ma noi pretendiamo dall’industria di muoversi in una direzione virtuosa? Gli diciamo quello che vogliamo? Quello di cui abbiamo bisogno? Glielo abbiamo detto noi che volevamo a tutti i costi avere una suoneria polifonica al cellulare e di cambiarla ogni settimana ad una modica cifra, la stessa cifra, probabilmente che risparmiamo per la qualità del cibo che compriamo…

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4 Comments »

  1. Post che smuove.
    Questa sì che è una coscienza forte.

    Comment by Giorgia — September 12, 2008 @ 10:53 am

  2. Oioi, esagerata. Comunque grazie mille, ma sono convineto che non è poi così difficile arrivare a “pensare” così, e cmnq non ne ho certo l’esclusiva. :D

    Comment by ucorp — September 12, 2008 @ 11:09 am

  3. e no! l’esclusiva no ;-)
    ma è così raro trovare qualcuno con una coscienza, sopratutto nel mondo della comunicazione visiva che spesso è plagiata da esigenze di marketing che mortificano il pensiero.

    Comment by Giorgia — September 12, 2008 @ 11:21 am

  4. Eppure, proprio perché mortificano il pensiero vanno studiate bene e bisogna fare in modo che, in fase di progettazione, si arrivi a toccarle e manipolarle, per evitare che il livello della comunicazione visiva rimanga quello che è o peggiori…

    Comment by ucorp — September 12, 2008 @ 12:16 pm

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