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In questo articolo si propongono una “collezione” scelta e considerata da produzioni di streetwear (delle quali cercheremo di segnalare tutti i link, di artisti, designers e produttori, ci scusiamo da subito per eventuali referenze non indicate). Cercheremo di suddividere, paragonare, associare, fare paralleli tra le produzioni di tees e sweaters dal punto di vista dell’appeal, dell’apparenza, appunto; analisi visive sulle nuove tendenze dello streetwear, cercheremo di capire di «cosa abbiamo bisogno», perché, quali bisogni si cerca di soddisfare… Ovviamente alcune domande rimarranno sospese o addirittura sepolte — questo dipende, evidentemente, dal “taglio” che gli diamo —, crediamo comunque che possa creare un punto di vista, una analisi, uno spunto per le nuove ricerche visive applicate allo streetwear.
Non esiste mondo più adatto dello street style per attuare il binomio apparenza — appartenenza. Infatti il fatto di “presentarsi allo sguardo altrui” rafforza il significato di “essere una cosa proprietà legittima di alcuno”.
È interessante notare i diversi stili — inevitabilemente — e riferimenti dei designers e delle etichette. Ad esempio si riconoscono fortemente stilemi dei «favolosi anni ’80», icona ormai stabile nello street fashion, semplicemente perché è riconosciuto come periodo di nascita di molte espressioni giovanili artistiche e sociali. Ma non è tutto.
Il primo àmbito infatti mette a risalto — in quello che è un classico per il t-shirt design cioè l’illustrazione centrale ben impaginata — come i riferimenti della storia dell’arte, della comunicazione — di ogni periodo storico — e del design sono sempre più forti e presenti. Infatti, dai riferimenti di classico stile dark, al «memento mori» di daliana memoria si applicano le linee guida del dada e del surrealismo oppure dall’affiche al manifesto—oggetto di inizio xx sec, dal pop al push pin, dallo smile all’odierno messeggio di stampo social/insurrezionalista. Sono, quindi, molteplici — probabilmente si è recuperato da tutti gli stili artistici e dalle manifestazioni spontanee; ma non nello street style, perché il contenuto deve sempre adattarsi alle idee del basement di riferimento — quindi i diversi stilemi visivi (che vedremo) devono sempre piegarsi e sforzarsi di cercare un contenuto ed esprimerlo. Questo è un leit—motiv di ogni brand di street style, anche laddove il tema non è direttamente o facilmente riconoscibile vi è un collegamento immaginario che lo mantiene aderente alla strada. Attenzione, si vuole sottolineare il fatto che non ogni manifestazione giovanile o giovanilistica legata alle tshirt è per forza streetstyle e streetwear. Appunto l’adesione ad un immaginario (anche no) manifesto programmatico che adotta i diversi stilemi visivi che qui proveremo ad analizzare «garantisce» l’appartenenza al relativo gruppo della galassia street.
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La prima serie è appunto quella dei riferimenti artistici dada, surrealisti, pop etc. Qui si trovano sintetizzati graficamente più o meno semplici concetti attraverso il recupero di stampe, fotografie, quadri e illustrazioni di scarso valore, oppure si fa un grande uso di illustrazioni fatte ad hoc, generalmente il tema che si va ad esplorare riguarda immagini equivoche, stupide, esoteriche, la «glorificazione» delle cose semplici o di (supposta) scarsa importanza, con , appunto l’approccio dada del ready—made. Si tratta della via classica del t-shirt design, storica, quella più fortemente analizzata e percorsa, che grazie al sempre maggiore imbarbarimento e instupidimento della società guadagna sempre nuovi temi e nuovi input.
Di seguito, alcuni esempi.
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Con sempre maggiore insistenza si impone l’ambito informale, tipico della «decorazione» dalle grottesche della Domus area in poi (per capirci) della «textura». Fino a qui non sarebbe niente di trascendentale se non fosse che anche questo normalissimo esercizio stilistico si sia cercato di piegarlo ad un contenuto, un «punctum» di ungersiana memoria che si potesse applicare all street style e ai suoi esigentissimi adepti. E di questo, la moda — o alt(r)a moda — se ne è accorta per bene. Infatti, a partire dal camouflage rivisitato (e già adottato per bene dal fashion system) si sta cercando di sperimentare e recuperare molteplici pattern capacissimi di creare tessuti adatti alla giungla metropolitana, che dopo il successo del camo, si sta cercando di modificare e svuotare e ri—riempire di significati, talvolta seri altre volte no.
Anche qui si manifestano gli stessi procedimenti di ricerca sopra descritti e si aggiungono le sperimentazioni puramente grafico—visive derivate dal writing e dalle altre correnti artistiche, dal gioco e dal sociale.
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Ulteriore evoluzione delle precedenti soluzioni è la fotografia che permette, grazie anche a nuove tecniche di stampa , come la digitale, che permettono la stampa a colori con qualità «offset» rispetto alla scomposizione «bitmap» obbligata dalla tecnica serigrafica. Anche in questo caso non cambia, ome è ovvio, il contenuto, bensì la maniera per presentarlo. Come per la sua diffusione negli ambiti comunicazionali, artistici e sociali, la fotografia permette l’analisi più schietta dei temi, più oggettiva (oggettuale) e ne permette di aumentarne la portata comunicativa. Permette, come durante il periodo tipo—fotografico degli anni venti/trenta, da Moholy—Nagy a Heartfield, di sperimentare ed avvicinarsi sempre di più a stilemi vicini alla società consumistica contemporanea.
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L’ultima trance è fortemente imparentata con la seconda maniera, in quanto è un’estremizzazione del concetto di texture, ma è fortemente interessante per il ritorno della ricerca geometrica (alla quale non si vuole cercare contenuti perché sennò non se ne viene più fuori, ricordiamo che è un argomento già trattato) e al colore come elementi principali, talvolta puri, primari, altre volte come elementi di forte contrasto, a volte per frastornare e colpire.
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Link utili:
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vai a vedere questo riferimento su weme!!!
Pingback by weme » apparire vs appartenere — May 25, 2007 @ 11:00 am
vai a vedere questo riferimento sul sito di gold!!!
Pingback by at Goldworld :: Che te lo dico a fare — June 1, 2007 @ 12:07 pm
Grande articolo, respect!
Comment by Fabbio — June 1, 2007 @ 1:50 pm
Grazie mille, contraccambio.
Comment by ucorp — June 1, 2007 @ 5:44 pm
vai a vedere questo riferimento sul sito di gold!!!
Pingback by Goldworld » Blog Archive » Design or die: Apparire vs Appartenere — June 11, 2007 @ 9:39 am
Molto interessante l articolo nel quale l:anal:izzare dei propri gruppi demosociografici cerca di trovare nuove tendenze (ma il mio italiano nn e che si rinfresca molto parlando solo l;inghlese), cmque penso, o nel mio punto di vista un espressione artistica o un concetto totalmente soggettivo nn si riesce a categorizzare, perche, come con l;arte, l;interprete cerca di trovare la chiave dell artista, ma nn avvra mai l assoluta certezza di avere interpretato il quadro nella maniera giusta che riquadra il feeling o il messagio del artista al 100 per cento…certo che questo nn vale per le grosse aziende o le mass production, o cmque per gente che cerca adi promuovere una filosofia o un brand in generale…
ma nel puro interesse artisctico rimane difficile…
spero che qualchuno capisca il mio dibattito e aspetto feedbacks….
un articolo strutturasto starbene, big up
Comment by sIMPLETHINKERs — June 26, 2007 @ 3:40 am
Innanzi tutto, ti ringrazio di aver perso del tempo per leggere il post, è un po lungo…
Sono totalmente d’accordo sull’analisi legata all’arte e proprio partendo dall’analisi che può essere fatta delle varie opere e filoni, le aziende e i designer dello streetwear hanno capito che certi ambienti non si possono conquistare senza appartenere davvero a quell’ambiente culturale. In due parole: chi si «sente» street (chiedo scusa a tutti) capisce quando un prodotto è fatto da qualcuno che ha la sua stessa sensibilità (sui temi, sugli stilemi grafici e visivi, sugli aspetti sociali…). Personalmente credo che le aziende debbano essere in grado di cercare e assorbire le novità, i pensieri e i «subbugli» del, cosiddetto, basement. Anche se preferirei che le aziende provenissero anch’esse dall’ambiente, per fare in modo che divenissero luoghi dove si potesse sperimentare parlando la stessa lingua! Saluti, M
Comment by ucorp — June 26, 2007 @ 1:55 pm
Bell’articolo!
Comment by Omar — July 9, 2007 @ 11:11 am
vai a vedere questo riferimento su un altro articolo di cmyk!!!
Pingback by cianomagentagiallonero » essere vs avere — 1 / 3 — May 19, 2008 @ 12:06 pm
vai a vedere questo riferimento sul sito di gold!!!
Pingback by Post: Essere o Avere? | Goldworld — May 23, 2008 @ 11:51 pm