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“… si deve avere un’esperienza di vita. Le cose della vita, ciò che deciderete di vivere daranno linfa al vostro progetto, se non avete esperienze, se non rischiate, se non approfondite, se non siete colti, se non viaggiate (dico delle “banalità”, ma per farmi capire) se non avete contrasti e, nella vita, purtroppo le sfighe ci sono. Arrivano. Andarci incontro non è il caso, ma quando arrivano è il caso di pensarci su, al loro significato e devo dire che senza tutto questo la grafica non ci sarebbe…”
Un altro maestro, anzi, per molti graphic designer italiani, il maestro.
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Da 2 anni, dalla notte tra il 15 e il 16 maggio 2005, per una grossa fetta dei graphic designer italiani si è spenta una lucina di sottofondo, una di quelle che forse non ci si rende conto di vedere, ma che fa tanto male quando si spegne. Perché una luce? Perché quando entravamo in quell’aula, quando iniziava a raccontare, a ricordare, a consigliare… chiunque ne riconosceva un carisma sopra la media. Sarà che quando si sta quattro anni in un “convento”, a vivere e convivere in una situazione ascetica e fortemente emotiva, forse non ci si rende conto. Sembravamo tutti monaci, una casta prescelta, e lui era lì con il suo ascendente… Per questo stesso motivo non potrò garantire una obbiettività nello svolgimento di questo articolo… Inoltre, a corredo di questo, allego alcune parti di un intervista che ho fatto nel 2004, come contenuto della mia tesi all’Isia di Urbino, dove ho intervistato alcuni graphic e type designer sul ruolo di tipografia e disegno del carattere nella professione e nella progettazione.
Sono stato sempre affascinato dalla forza di quest’uomo, un uomo di “tutti”, del quale ognuno conserva un ricordo particolare, personale. Uno scintillìo che ci ha fatto, forse, sentire speciali. In generale lo si ricorda per la sua forza contemplativa che superava obbligatoriamente, programmaticamente la professione, attraverso i seminari di bon tòn o della cerimonia del tè. Oppure, ancora, attraverso la ceramica, come collezionista. Ci invitava a viaggiare una volta finiti gli studi, piuttosto che infognarci in un mondo che, come tutti sanno e nessuno ha intenzione di vedere, non ha più spazi per sognatori e sperimentatori, per le piccole cose, per una vita in provincia sana e rispettosa dei meccanismi del tempo e della tradizione. Una frase che ricordo, da Bacio Perugina: Dove non c’è tensione, c’è decorazione. La appesi su un muro sopra il mio computer in uno studio dove ho lavorato, forse stufo della dimensione poco evoluzionista della situazione progettuale e lavorativa, probabilmente esattamente la causa dell’affermazione di qualche riga sopra.
Dal punto di vista didattico tutti noi gli abbiamo sempre riconosciuto un ruolo fondamentale, probabilmente per l’aura che gli era stata costruita intorno, o che si era meritato, soprattutto per la cifra esplorativa che sapeva infondere in ognuno di noi. Personalmente ho trovato fondamementale associare alle problematiche tecnico-utilitaristiche della professione ai nostri giorni le “lente” ricerche mentali e trascendentali che per lui, incredibilmente ovvie, dovevano permeare la struttura visiva del progetto.
Sicuramente esistono diversi livelli, di tipo culturale principalmente, attraverso i quali queste ricerche possono arrivare a elevare il progetto di comunicazione (inteso come cifra qualitativa e culturale, con di limiti e difetti, ma autosufficiente e capace di dimostrare forza e stabilità nelle relazioni con gli individui, piena quindi di un’identità tale da convivere e stabilire rapporti con le identità reali umane).
Leonardo Sonnoli, studente Isia e art director presso lo studio Dolciniassociati per numerosi anni, ha preferito un’approccio più documentato e con uno spessore culturale verificabile al quale applicare una ricerca visiva molto personale ma abbastanza standardizzata da poter essere facilmente adattata ad “umori” caratteriali diversificati fra loro, parlo delle committenze e dei loro “target”.Bisognerebbe quindi fare riferimento al periodo precedente l’arrivo di Sonnoli per riconoscere lo stile di Dolcini e forse sarebbe più corretto ricercare e capire, nel periodo successivo, come e quando i due approcci sono confluiti per creare e realizzare i progetti di comunicazione. Ma questa è un’altra storia. Del suo lavoro è importante ricordare la stagione tra anni ‘70 e ‘80 nella quale si da inizio alla cosiddetta grafica di pubblica utilità, disciplina che nasce dalle grandi esperienze portate ad Urbino da Albe Steiner, unita a quelle di Michele Provinciali e sperimentate da Dolcini direttamente sul territorio e nel lavoro attraverso l’illuminata gestione del sindaco di allora. Si noti infatti come la commistione di stili, veicolata per le necessità di un territorio e di una popolazione non sempre sensibile porta alla consapevolezza degli obblighi e delle responsabilità della comunicazione pubblica.
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Massimo, per sua stessa ammissione, attinse dal Maggio Francese e dal PushPin e non dal Bauhaus, neppure per via indiretta.
“Tra gli esempi d’oltreoceano si può citare principalmente Saul Bass, dove anche qui il carattere è quasi sempre disegnato a mano. È sicuramente una cultura diversa, e questa diversità era più pronunciata di come si possa vivere oggi, e lo era anche tecnologicamente. Io facevo i bozzetti su pellicola Kodalith, le disegnavo sul retro come chi fa cartoni animati, poi il Letraset come i tipografi, c’era un misto di stili e situazioni che ha creato uno stile. Anche il mio.”
Quanta importanza viene data alla tipografia e in particolare alla scelta del carattere e al discorso tipografico nel tuo lavoro?
Per me il problema del carattere rappresentava, nel manifesto, una scelta unita a quella del testo.
Ho sempre fatto una grafica che ha previlegiato la figurazione, quindi l’immagine, quando affrontavo il problema del testo era un lavoro sia di ‘copy’, quindi di qualità del testo, e quasi immediatamente di rappresentazione dello stesso.
Le due cose erano unite ed essendo io, un produttore di manifesti per i quali facevo solitamente anche il copy (quasi sempre direi) ero, come dire, quasi un “grafico cantautore”. Io pensavo subito all’immagine… oppure, a volte partivo anche dal testo, però sapevo già che immagine fare! Poi arrivava Il problema di mettere un testo che rivelasse, appoggiasse, approfondisse o svelasse l’immagine. Era, quindi, una scelta importante, non era da sottovalutare.
Ma se guardi le mie produzioni di allora, dove facevo il grafico a pieno ritmo, 750 manifesti in 10 anni, mi rendo conto che c’è genericità… e contemporaneamente qualità, rappresentata dal complesso delle cose, ti faccio un esempio: noi venivamo da un’esperienza che altri non hanno avuto, che noi abbiamo vissuto sulla nostra pelle, il “Maggio Francese”. Nel “Maggio Francese” i caratteri venivano disegnati a mano. Non esiste il carattere “tipografico”.
E la stessa persona che crea l’immagine disegna anche il carattere. Sono manifesti molto eloquenti, che si riferiscono al Tazebao e anche a tutta la cultura dell’immagine a “presa diretta”, cioè disegnata in diretta, quindi anche al mondo islamico od orientale. Noi ci avvicinanavamo a quelle scelte e quei metodi.
Il rigore del Bauhaus che noi vedevamo attraverso Fronzoni o nei testi che ne parlavano era un po “lontano” e noi eravamo più vicini al PushPin, al Maggio Francese, alla grafica Cubana, Polacca, dove il carattere era trattato così come lo trattavamo noi.Forse bisognerebbe studiare anche altre culture oltre la mitteleuropea, come quella nipponica, alla quale sei molto legato?
“Si, lì c’è l’aspetto della gestualità. Ma in questo momento sono un po sospettoso perché è troppo facile e stono sul punto di pensare che ogni studente che ho, male che vada, gestualmente in qualche maniera se la può cavare. Ma non si può con questo trascurare gli altri approcci alla comunicazione.
Dal mio punto di vista deriva l’esperienza di ceramista, tutta la ceramica dipinta a mano, col pennello. Abbiamo esempi molto interessanti anche dell’uso del carattere, il retro dei piatti del 1400-1500, i marchi dei ceramisti. È un settore molto interessante che varrebbe la pena di approfondire.
Poi c’è tutta una serie di esperienze grafiche interessanti, c’è quella di Provinciali che definiva ‘”a grafica del lavoro” tutte le scritte dei vagoni: metà Stencil, metà gesso, a formine, il retro dei camion, i camionisti stessi che hanno i numeri del CB, è tutta grafica popolare che è la base di uno studio per la rinascita di quello che potrebbe essere uno studio italiano dell’uso del carattere, al di là della nostra grande tradizione che è quella classica.”
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“Attualmente sono molto interessato al carattere dei prezzi degli ortolani, perché faccio ceramica e lì non posso fare diversamente, non ci sono altre possibilità, ma lo faccio perché lo sento.
Devi pensare anche al fatto che io sono nato tra la grafica di propaganda e la grafica sociale. Sono nato in un periodo appunto dove c’era Lubalin, il PushPin eccetera, per cui cosa vuoi che ti dica… io vivo quel momento come quello della mia formazione. Ho vissuto comunque più formativo Provinciali di Steiner e devo dire che quello è il mondo nel quale mi sento vibrare di più. Però anche grazie a Leonardo e i ragazzi dello studio ho scoperto un mondo, quello dei bastoni, che avevo separato. Qualche volta penso che sarebbe interessante scrivere “marmellata di rose” in un extrabold condensed.”
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Per concludere, dal lato umano, comunque non si può racchiudere in nessun post, quegli stimoli, che Urbino e probabilmente in nessun luogo tradizionalmente definibile come tale, questo tipo di figure erano (sono) in grado di offrire, inoltre non erano, allora, certo le nostre giovani ed inesperte menti, impazienti di confrontarci col «mostro» del lavoro, chi con le metropoli, chi negli altrettanto impervi terreni provinciali, allenate a percepire gli stimoli di libertà che ci venivano proposti dai personaggi, quali Massimo, senza dimenticare l’altro grande compianto della nostra avventura in terra di Montefeltro, Gelsomino D’Ambrosio o grandi professionisti, capaci di valicare ogni confine della visualità e commistionarli per generare nuovi stimoli, come Alberto Marangoni.
Cosa si può dire? Oltre ad infiniti grazie…
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altri link dove trovare testi e/o immagini su Massimo sono cartacanta, l’Isia, l‘Aiap, SDZ, etc, etc, etc…


”La comunicazione vince la grafica”. Questo il mio pizzino per anni (Massimo ce lo ripeteva ogni volta a lezione). Come fossero moderni comandamenti da seguire.
Grazie delle tue belle parole su Massimo, mi hai fatto tornare ai tempi dei pipistrelli e dei cacciaviti in posti insoliti.
Comment by Federico Parrella — May 16, 2007 @ 11:49 pm
“Dove non c’è tensione c’è decorazione”
Caro Fede, però se non spieghi meglio le dinamiche si possono instaurare dubbi! (pipistrelli&cacciaviti)
Comment by ucorp — May 17, 2007 @ 8:49 am
vai a vedere questo riferimento su un altro articolo di cmyk!!!
Pingback by cianomagentagiallonero » La cerimonia della semplicità — September 13, 2007 @ 4:46 pm