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Una vecchia canzone ci ricordava come quello che succedeva ai quei tempi era qualcosa di assolutamente «stra». Qualcosa di «stra» per generazioni di italiani che vivevano nella semplicità della vecchia Italia, quella rurale, quella della campagna, del ritmo posato e scandito dalla natura, dalla quotidianità, dalla famiglia di «una volta» e via discorrendo.
Questo prefisso avrebbe poi sottolineato cosa questa città sarebbe diventata, la città degli affari, degli industriali, degli architetti, dei «cumenda». La città più yuppies d’Italia. La città dei designer, la città «da bere».
Una città che si accende più o meno luminosamente in vari momenti all’anno, dalla Prima alla Scala alla settimana della Moda, dallo smau al Salone del Mobile. Senza facili o banali pomposità ci piace ricordare la portata dell’evento attraverso una serie di tappe, legate più o meno a temi precisi come a singoli progettisti. CMYK è composta da anime che hanno diverse estrazioni, quindi l’approccio è sempre diverso, lo stupore
diventa ovvietà, la normalità diventa curiosità.
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Un approccio, spesso insolito al Salone è quello legato all’aspetto più bistrattato all’interno dell’ambito del design industriale, quello visivo e comunicativo. È risaputo che le scuole di design, fino a quelle di architettura formano profesisonisti che sanno fare «tutto», da «un punto in giù», come se non potendo esercitare in quell’ambito, si pieghi ad essere interior designer, product, fino a graphic o communication designer, come fosse qualcosa di «sottoposto». Ovviamente questo è impossibile. Gli architetti che hanno fatto storia in ambiti diversi dal loro difficilmente sono diventati parte di storie diverse o di quella dalla quale sono partiti, ergo, ci vuole SPECIALIZZAZIONE. Tornando al salone, evitando accuratamente la mattanza della vera e propria fiera campionaria abbiamo cercato di visitatare le esperienze che seguono in questo post e nei prossimi. Durante i prossimi giorni cercheremo di puntare più ad analizzare alcune esperienze, per superare il «modo» poco utile di citare e voltare la pagina tipico della contemporaneità nell’ambito, diciamo, giornalistico.
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Da designer teniamo molto all’interdisciplinarietà, alla capacità di studiare soluzioni tipicamente eterogenee, quindi cross-disciplinarie o cross-modali e metterle in relazione tra diverse conoscenze professionali, ad esempio, creando i prodotti CMYK un communication designer analizza la questione comunicazionale e visovo/emozionale applicata alla presenza tridimensionale, come un product designer progetta una forma interagente con lo spazio e/o l’utenza assieme alla sua necessità di presentarsi e dichiararsi. Ovviamente questo non si fa in due stanze separate.
La presenza comunicativa durante il Salone è sempre molto bistrattata, generalmente fa caso a sè, esiste in quanto corredo esplicatorio, come didascalia di ottimi prodotti che, come già detto (fra le righe), sono ultra specializzati ed qualitativamente avanzati ma spesso privi del principale e basilare rapporto comunicativo, quello orale. Spesso si dimentica che l’oggetto comunicando (ed essendo comunicante) non abbia bisogno di essere comunicato oppure, come preferiamo, sia fatto per essere veicolo di comunicazione.
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Dal punto di vista grafico-visivo ci sono stati comunque esperienze interessanti, principalmente analisi formali, quindi la realizzazione di come la forma sia veicolo, quindi, estratta dalla sua funzione e «bidimensionalizzata» sia portatrice del messaggio della sua funzione. In generale il livello comunicativo al salone SATELLITE era interessante, dal punto di vista sperimentale. Ovviamente non si può paragonare con la dimensione incravattata e impomatata dei milionari stands degli operatori del settori occupati a gonfiare il petto fasciato di materiali e spettacolari soluzioni sceniche; questo è il contrario.
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È (dovrebbe essere, almeno) la palestra, il playground, la terra di nessuno della progettazione, dove le idee devono circolare libere, «impazzite». È il territorio delle scuole di progettazione (colleghiamo anche alcuni spazi dei fuorisalone come l’industria superstudio, dov’erano presenti altri istituti, tra cui lo IUAV, che però… non ha entusiasmato, preferendo un profilo più enigmatico/riflessivo rispetto ad una presentazione di risultati di percorsi e processi che avrebbero spiegato meglio le sue capacità).
Con non poca emozione (e qualche lacrimuccia) abbiamo visitato lo stand dell’ISIA, o meglio delle ISIAE tutte riunite per schiaffeggiare, finalmente, la scena italiana (compito che gli spetta di diritto).
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Altre esperienze interessanti uniscono l’interazione dello spettatore con gli elementi comunicativi dello stand oppure, molto frequentemente, utilizzano collegamenti diretti tra quello che è il prodotto ne sono veicoli secondari, oppure, come nello stand giapponese al superstudio+, sono industrial design, puro, quindi l’oggetto. Molto efficaci sono infatti gli utilizzi da parte dei disegnatori dello stand di superifici rotanti con wallpapers dalla forte riconoscibilità, il grande carattere e sempre e comunque non invasivi, perfettamente integrati l’uno con l’altro.
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In ultimis, non di importanza vi è una bella mostra in via durini (proprio di fronte alla sede dell’inter, infatti ci siamo sorbiti lo spettacolo disarmante di una mostra d’arte con il sottofondo di sbandieramenti e slogan dal grande contenuto nazional-popolare) allo spazio Nava, il quale mette in mostra (e vende) una serie di opere di importanti designers italiani e non, del quale faremo un articolo a parte, proprio per sottolinearne come anche quello è industrial design, quindi, iniziando con i wallpapers, per i quali segnaliamo questo concorso, si spera di trovarne sempre di più durante la designweek, quantomeno per rivendicare la centralità nella questione del progetto, alla stessa stregua di una sedia, di un bel divano e così via. Stay tuned…
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Pingback by Design or Die: Stranebbia at Goldworld :: Che te lo dico a fare — May 4, 2007 @ 12:12 pm
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Pingback by Goldworld » Blog Archive » Stramilano — June 11, 2007 @ 1:45 pm
vai a vedere questo riferimento su un altro articolo di cmyk!!!
Pingback by cianomagentagiallonero » I designer si «toccano» troppo? — September 24, 2007 @ 12:25 pm